Ancelotti, l'ultimo vero allenatore rossonero

Tre giorni fa, il 10 giugno, Carlo Ancelotti ha spento cinquantasette candeline.
Grandissimo nella storia del Milan e amatissimo da noi tifosi, ha guidato i rossoneri alla conquista di molti successi da giocatore ma soprattutto da allenatore. Ma i ricordi più accesi che abbiamo di lui sono senza dubbio quelli che vedono il binomio vincente con la Champions League.
Dopo esser stato costretto ad abbandonare la carriera da giocatore alla giovane età di 33 anni a causa di continui infortuni, sappiamo tutti molto bene che la grande storia d’amore tra il Milan e il nostro Carletto inizia a seguito di quel famoso coro scandito dagli ultras bianconeri:

“Un maiale non può allenare”

Forse l’unica cosa di cui potremmo esser grati alla Juventus è stata proprio quella di averlo contestato fin dal giorno del suo arrivo. Un feeling impossibile che lo ha portato diversi anni dopo a pronunciare queste parole: “La Juventus era una squadra che non avevo mai amato e che probabilmente non amerò mai, per me è sempre stata una rivale”. Insomma, musica per le nostre orecchie.
Ma l’amore per il Milan nel suo cuore era già grande ed era destinato a crescere ancora.
Così il 5 novembre 2001 firma un contratto con il club rossonero, pronto a dare il massimo ma anche a prendersi una rivincita a discapito dei bianconeri. Che puntualmente, con calma e determinazione, arriva quando si aggiudica il quarto posto in campionato e con esso la possibilità di giocare i preliminari di Champions League nella stagione successiva. E non c’è modo di dimenticare quello che viene dopo.
A mio parere il momento di maggior emozione, passione, soddisfazione e orgoglio in tutta la storia del Milan, memorie che ci porteremo dentro per sempre e tramanderemo ai nostri figli e ai loro figli.


Una partita che non ha eguali nella storia di qualsiasi altro club, nessun triplete che possa competere o nessuna terza stella al petto che tenga. Sono passati tredici anni da quel 28 Maggio 2003 ma ancora nessuno è riuscito (e forse riuscirà in tempi brevi) a fare di meglio.
Tensione e nervosismo alle stelle, sempre più percepibili soprattutto dopo il gol annullato a Sheva.
Questa sera tutto si decide. Chi vincerà avrà un meraviglioso ricordo e chi perderà subirà l’umiliazione degli storici avversari, per il resto della loro esistenza.
Un risultato senza reti che si trascina fino ai rigori, il momento decisivo.
Chi abbia calciato quel pallone e chi lo abbia parato o chi no, fino al turno di Adriy Shevchenko, è di poco conto. Ancora ho stampati nella mia memoria i suoi occhi della tigre che danzano tra l’arbitro e Buffon in attesa di quel momento. “La gloria nei piedi di Shevchenko” diceva quel giorno Pellegatti.
E allora l’Old Trafford diventa Teatro dei sogni (o degli incubi, dipende dal punto di vista).
Carletto corre in campo a braccia aperte per stringere i suoi ragazzi e in quell’istante forse ha rappresentato un po’ tutti noi, che da qualsiasi angolo dello stivale italiano eravamo inginocchiati davanti alle televisioni, con le lacrime agli occhi, abbracciati al nostro fratello rossonero o i più fortunati in piedi dentro lo stadio ancora increduli. Un urlo di liberazione gli esce dal petto e dagli occhi, come per dire “non sono più il perfetto secondo”. Sicuro è che colui che loro chiamavano ‘maiale’ non aveva modo migliore di vendicarsi.
 

Avevo solamente nove anni e tutto ciò che sapevo sul Milan fino a quel momento mi era stato raccontato da mio padre, tormentato giorno e notte dalla mia sete di sapere, e seguivo insieme a lui ogni partita nella piena disperazione di mia madre (tragicamente juventina).
Quella sera gli occhi di mio padre, come i miei, erano incollati al televisore e bastò un attimo per scatenare il delirio. Dopo il calcio di Sheva la rete si gonfiò e mio padre incredulo fece cadere il bicchiere che teneva in mano, che si frantumò in mille pezzi. Nello stesso momento mi alzai in piedi per esultare e calpestai i vetri. Vidi poi il suo volto contorcersi dalla paura in attesa che urlassi dal dolore ma io non mi accorsi assolutamente di niente.
Nonostante fossi una bambina non uscì una lacrima dai miei occhi, perché mi sentivo invincibile. Avrei potuto spaccare il mondo. Io ero il Milan, non avevo nessuna ragione di piangere. La Storia era stata scritta e io l’avevo vista, ne ero stata partecipe.
Amo il Milan praticamente da sempre, ma fu in quel preciso istante che capii che nessun’altra squadra avrebbe potuto regalarmi emozioni e gioie tanto indimenticabili. Fu in quel preciso istante che mi resi conto che il calcio non è solamente un gioco. Il calcio è famiglia. Noi tifosi milanisti, specialmente grazie a quel 28 Maggio 2003, siamo un’enorme e splendida famiglia che insieme ha segnato la Storia.
 

Sono passati tredici anni da quell’impresa, ma io per questo ringrazio Carlo Ancelotti e i suoi ragazzi ancora oggi! Li ringrazio per averci fatto vivere di nuovo quelle emozioni e per aver portato al Milan otto stagioni di grande calcio.
 

Carletto e i suoi ragazzi, un rapporto speciale che nel tempo ha creato una vero e proprio settore di giovani allenatori, a partire da Cristian Brocchi, attuale tecnico rossonero. Massimo Oddo, che ha trionfato riportando il Pescara Calcio in Serie A a distanza di tre anni; Gennaro Gattuso, che giusto ieri ha ottenuto la promozione del Pisa in Serie B; Filippo Inzaghi, da qualche giorno ufficializzato come nuovo allenatore del Venezia; Sandro Nesta, alle prese con la panchina del Miami FC; Crespo che quest’anno ha allenato il Modena e poi ancora, in vista degli Euro2016, Andriy Shevchenko, assistente tecnico dell’Ucraina.
Anche lui recentemente è stato annunciato come nuovo allenatore del Bayern Monaco e quindi, oltre ai più carissimi auguri di buon compleanno, speriamo che possa ottenere il meglio in questa sua nuova avventura, nella consapevolezza che nel suo cuore ci sia sempre un posto riservato per il Milan.

Alessia Conzonato

Amazing Milan

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