Un Milan malato, che si accontenta del brodino ospedaliero.

Nella giornata che prova a riscrivere le gerarchie del campionato il malato Milan prende un altro brodino ospedaliero e cerca di rimettersi in piedi, anche se stampellato ed infermo.
Certo, dopo aver visto giocare la Roma, la Fiorentina e anche il Verona (ridendo e scherzando sono quarti) , è davvero difficile ipotizzare una rimonta in grande stile.
Anche perché le grandi sconfitte, o comunque le big che hanno lasciato qualcosa sul campo come Juve, Inter e Napoli, si sono dimostrate comunque ancora più solide e articolate del vecchio diavolo.

La partita di Firenze, per assurdo, ha visto la Juventus dominare per settanta minuti per poi crollare nel finale, cosi come il Napoli nonostante la “legnata” di Roma ha comunque tenuto il campo senza Higuain e con nelle orecchie il sibilo della Champions imminente. Per non parlare dell’Inter che, pur facendo dentro e fuori da una partita abnorme, ha rastrellato un punto (ma potevano essere tre) giocando in dieci sostanzialmente per novanta minuti. E il Milan? Beh andiamo con ordine.
Il gioco, inteso come undici persone che si muovono in modo organizzato sul campo, è ancora di là da venire. Ci sono sprazzi di qualità buttati come semi in un campo arido ma restano giocate individuali, unica risorsa attuale dei rossoneri. Se poi andiamo ad analizzare più nel dettaglio queste giocate noteremo che sono marcate dai giocatori che meno erano reclamizzati al raduno di due mesi fa, o alcuni come Birsa, che al raduno nemmeno c’erano. Proprio Birsa, per il quale gli stessi milanisti si flagellavano i cabasisi all’annuncio del suo ingaggio come novelli Tafazzi, è l’uomo risolutivo del momento denotando una qualità superiore alla media nel tocco di palla e anche nella personalità, qualità imprescindibile per giocare alla Scala del calcio ancor prima del piede felpato.
Cresce Poli, che non sarà Iniesta, ma sicuramente può stare in organico più che dignitosamente per contributo di incursioni in area e compiti di “falegnameria” in mezzo al campo.
Nelle retrovie spicca la sicurezza di Gabriel: tranquillo, sicuro e con pochi svolazzi, in sintesi un portiere affidabile secondo il più illuminato criterio di valutazione degli estremi difensori ovvero che non serve uno che pari l’imparabile ma uno che pari il parabile. Con buona pace di Abbiati e Amelia forse è il caso che al ragazzo venga data fiducia vista la mala parata di questa stagione.
Silvestre ha fatto il suo ed in marcatura non è certo peggio dei suoi più blasonati (si fa per dire) colleghi di reparto, almeno resta incollato all’uomo anziché guardarlo come le mucche guardano i treni passare.
In mediana, oltre al già menzionato Poli, ancora bene Montolivo. Riccardo però è ancora più appariscente in fase di interdizione che in costruzione, di questi tempi va anche bene.
Tutte davanti le note stonate: Matri continua a latitare sia in conclusione che in appoggio mentre Robinho diventa anche difficile da interpretare visto che non riesce a saltare l’uomo nemmeno se questo si sposta o cade da solo. Per il Barcellona, che peraltro non brilla come un anno fa, occorrerà ben altro e non è cosi scontato che questo “altro” sia disponibile oggi nella dispensa di Milanello.
Con pochi ingredienti si vede la qualità dello Chef, quindi Allegri dovrà dimostrare da qui a Natale di poter competere con i Cracco e i Bastianich della pedata, anche se a volte un buon hamburger, quando si ha fame, è decisamente meglio di una vellutata di funghi. Poi una spruzzata dell’ingrediente segreto, Kaka, potrebbe anche dare la svolta.

Andrea Matani

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